Autore: D. Grünbein
Traduzione di: G. Cantarutti, S. Ruzzenenti
Casa editrice: Einaudi
Città: Torino
Anno: 2018

I poeti sono spesso i migliori saggisti. Lo pensava Maria Corti, l'ha scritto recentemente Alessandro Piperno. Da Leopardi a Baudelaire, da Mandel'štam a Eliot, da Valéry a Brodskij, le riflessioni dei poeti sulla letteratura arrivano a illuminare nodi e zone d'ombra con un'efficacia e una capacità di coinvolgimento che raramente gli studi accademici hanno. È così anche con i saggi di Grünbein, una delle voci poetiche oggi più importanti nel panorama internazionale. Sono saggi perché affrontano temi come il rapporto fra poesia e morte, ma sono anche racconti autobiografici perché Grünbein mette in campo i suoi ricordi di Pompei ed Ercolano («Qualcosa che viene strappato al flusso delle cose, si raffredda e viene sigillato sottovuoto») o della montagna di macerie che i ragazzi di Dresda scalavano per divertimento, forse affascinati dalle rovine di quella «Pompei tedesca». Oppure il tema degli abissi come metafora letteraria che prende vita, ancora autobiograficamente, col racconto delle proprie esperienze di sub nei mari del mondo.

Grünbein è da sempre poeta-filosofo (non è un caso che abbia scritto il poemetto su Descartes) e il suo cruccio sta nella scissione tra poesia e filosofia che si è verificata a partire da Platone. La necessità di ritrovare una voce unitaria che riunisca poesia e filosofia è il filo conduttore del libro: uno dei più bei saggi (insieme a quello sulla Giostra di Rilke) sta a dimostrare come Nietzsche ci sia riuscito. Certamente i saggi di Grünbein sono anche preziosi per capire più a fondo le ragioni e le direzioni della sua poesia.